Giuliano Pozza
Sono un coach formato alla scuola di coaching di Giovanna Giuffredi (www.lifecoachitaly.it) e che segue le linee guida di ICF (https://www.coachingfederation.it/).
Ma sono anche un professionista che vive nel mondo del digitale ormai da 30 anni e che di salite e discese, strade, mulattiere e anche (ahimè) scorciatoie, sia tecnologiche che organizzative e relazionali, ne ha viste davvero tante…
Un po’ come Aragorn nel Signore degli Anelli che conosceva tutti i sentieri della Terra di Mezzo, anche se non vorrei sembrare irriverente.
E in diversi mercati: cooperazione internazionale, sviluppo software, consulenza, sanità e università.
Ambiti eterogenei, ma con tante similarità. Perché la tecnologia cambia in fretta, ma l’uomo e le relazioni umane hanno (fortunatamente) dei pattern che si ripetono. Così come le interazioni che si sviluppano nelle organizzazioni, nelle relazioni interpersonali e nelle dinamiche di team.
Nella mia carriera ho visto tanti professionisti, a volte con lo stesso potenziale in termini di capacità e di competenze, performare in modo completamente diverso. È il “gioco interiore” che fa la differenza.
A volte ho anche cercato di dare qualche consiglio, ovviamente qualche buon consiglio, solo per sperimentare che i consigli -buoni o cattivi – non servono a nulla. Non smuovono il cambiamento profondo e la consapevolezza che ci fa cambiare marcia.
Il coaching è diverso. Il coach non dà consigli, il coach si affianca (o a volte sta dietro) e ti aiuta a scoprire le risorse che hai dentro di te. Ti aiuta a dominare il tuo gioco interiore e a sviluppare le competenze fondamentali per essere un professionista che porta valore in azienda e nella società.
Aggiungo che ci sono alcuni ingredienti perché il coaching funzioni al suo meglio. Innanzitutto non ci devono essere problematiche di tipo psicologico, che richiederebbero un approccio specialistico che è fuori dall’ambito del coaching. Poi ci deve essere un forte commitment da parte del cliente a lavorare su un obiettivo per lui rilevante e un rapporto di fiducia totale tra coach e cliente: il codice ETICO di ICF garantisce la totale confidenzialità.
Inoltre, la “chimica” tra coach e cliente è altrettanto importante. Per questo motivo c’è una prima sessione chiamata appunto di “chemistry” in cui ci si sceglie. Sì perché il cliente sceglie il coach, ma anche il coach sceglie il cliente. Nel mio caso, in particolare, dato che dedico al coaching qualche ora nel week-end (di professione non faccio il coach, ma il Direttore Sistemi Informativi – nel blog potrete trovare qualche articolo per capire perché le due cose sono sinergiche), sono costretto ad essere molto selettivo nella scelta dei clienti.
La metodologia che seguo è quella di ICF, basata su 8 competenze fondamentali.
Se vuoi esplorarle in modo non convenzionale… leggi il racconto “Le otto montagne delle competenze”.
La tecnologia sta cambiando in modo sempre più tumultuoso la nostra vita.
Trovare una modalità costruttiva di relazione con essa e di governo dell’intelligenza artificiale e più in generale dell’evoluzione digitale sta diventando un tema sempre più critico, sia a livello personale che aziendale.
In particolare, nelle aziende le figure apicali (quadri e dirigenti) sono spesso in difficoltà nella gestione di questi temi. Gli approcci tradizionali, basati ad esempio su percorsi formativi, sono poco applicabili a livello executive ed hanno un’efficacia limitata.
L’A.I.D.E. Coach supporta le figure di responsabilità di un’organizzazione nel governo dell’evoluzione digitale e dell’AI tramite:
- affiancamento dei clienti in modo discreto, efficace e mirato per massimizzare l’impatto positivo di AI e Digital nell’organizzazione;
- mantenimento di un approccio focalizzato sul coaching e non sul mentoring, che tuttavia si avvale di competenze in ambito AI e Digital per farsi garante del processo verso il perseguimento degli obiettivi posti dal cliente stesso con consapevolezza;
- utilizzo di sessioni strutturate ma anche “quick consultations” su snodi specifici in caso di necessità.
non sono un coach compiacente.
Sfido i miei clienti.
Faccio domande non consuete e a volte scomode.
Credo fermamente che il coaching non debba solo indirizzare problemi o trovare soluzioni.
Anche questo.
Ma il coaching vero ti aiutata ad avere uno sguardo nuovo sulla tua vita, a raggiungere una maggiore consapevolezza e a trovare la propria missione personale.
Come diceva Gandalf, non scegliamo noi le condizioni in cui viviamo. “Tutto ciò che dobbiamo decidere è cosa fare con il tempo che ci è dato”. E spesso il punto di svolta consiste nel trovare il nostro obiettivo, il nostro “purpose” (direbbero gli americani) o scopo ultimo nella professione o nella vita. Talvolta lo scopo va cercato, a volte c’è ma non ne siamo consapevoli, perché “Not all those who wander are lost” [*] per citare sempre Tolkien.
Il coaching può aiutare anche in questo, ma non con un approccio teorico o psicologico.
Il coaching ci insegna (così come il paradigma Agile) che la chiarezza, sia sugli obiettivi che sulle domande più profonde, si acquisisce camminando, non stando fermi a rimuginare.
Proprio per stimolare uno sguardo nuovo e una riflessione profonda, faccio domande non consuete e a volte scomode. Se cercate un approccio più accondiscendente, potete rivolgervi ad un qualsiasi agente AI, che vi farà sempre le domande che vi aspettate e si complimenterà con voi per le risposte che darete.
In perfetto stile “sycophantic AI“.
[ * ] “Non tutti quelli che vagano sono persi”, dal poema “The riddle of the strider” – “The fellowship of the ring” (J. R. R. Tolkien)
