Un coach ha bisogno di un coach?
La risposta è certamente sì.

Non solo perché un coach che non crede che il coaching gli possa essergli utile… è come un prete che non dice messa, ma anche perché sperimentare su sé stessi il metodo del coaching ti aiuta a capire cosa vive chi è dall’altra parte.

Per questo, durante il percorso per diventare coach (che nel mio caso è durato 5 mesi), si fanno tante sessioni di coaching tra colleghi. In più, anche dopo la fine del corso, alcuni di noi sono rimasti in contatto ed hanno sperimentato sessioni incrociate su temi verticali, sempre con grande utilità.

Ho usato il coaching per chiarirmi le idee su come affrontare alcune dinamiche famigliari o lavorative, ma anche per temi più leggeri.

Ad esempio, dovevo organizzare un viaggio in Islanda e cercavo la chiave per coinvolgere mia moglie, che era inizialmente restia. Ci ho messo un po’ e alla fine pensavo di aver trovato la strada. Poi atterriamo a Reykjavík, ci avventuriamo nell’ignoto con l’auto per qualche ora e lei mi dice seria: “Mi piace meno della Valsassina!” Ecco, io amo la Valsassina: belle montagne, formaggi eccezionali, però… devo ammettere che in quel momento ho pensato che, forse, non avevo fatto un gran lavoro nel cercare di coinvolgerla. 

Ma poi ho continuato a lavorarci.

Più che mai ho trovato vero il detto attribuito ad un famoso generale americano: “Plans never helped me. Planning did.”[1] Aver passato del tempo, in una sessione di coaching, a ragionare su come costruire una vacanza coinvolgente, mi ha aiutato ad affrontare la prima ripidissima salita (mi piace meno della Valsassina) e a costruire il percorso, suggellato dalla frase finale di mia moglie, dopo nove giorni intensissimi: “E’ il posto più bello che abbia visto in vita mia!”

Però qui, oltre a raccontarvi le mie esperienze come cliente, vorrei parlarvi di un coach un po’ speciale, che mi segue ormai da 4 anni: Max (per chiarezza: quello bello a sinistra che guarda “oltre”, come ogni coach visionario sa fare).

In effetti, Max non è solo un coach secondo le linee guida di ICF[2]. È un compagno di avventure, un allenatore (coach in senso sportivo), un amico. Ma qui mi focalizzerei sulla sua “componente innata” di coach ICF.

La prima caratteristica del coach, in cui Max è un maestro, è la capacità di fare domande. Anche se può sembrare strano, Max ha un suo modo di fare le domande con gli occhi.

Volete un esempio?

Il sabato mattina di solito andiamo a correre o in montagna. Quando succede che non si riesca (o che a causa del brutto tempo si rimandi l’uscita), mi segue per la casa, si siede continuamente davanti a me e mi fissa con uno sguardo interrogativo. Lo sguardo è dolce e fermo insieme.

Mi dice: “Va bene, capisco che è un momento complicato, ma ora prova a riassumere con parole tue l’obiettivo di questa mattinata”.
Se poi non do seguito, me lo trovo di nuovo seduto davanti in un’altra stanza che mi chiede con gli occhi: “Non ti giudico. Ma che opzioni vedi per i prossimi passi?”.
Poi la domanda che più mi smuove di solito è questa: “Quale è il valore per te delle nostre uscite insieme in montagna o al parco il sabato mattina?”. Di solito a questo punto cedo ed esco a correre anche con la pioggia.
Chi ha fatto un percorso di coaching con un coach ICF troverà forse famigliari queste domande.

Un altro modo in cui Max facilita la mia crescita è aiutandomi a focalizzare e a restare fedele ai miei obiettivi. 

Quando ad esempio mi preparo per una maratona, c’è un ritmo nella preparazione: allenamenti sempre negli stessi giorni, tipologie di allenamenti diversi (più intensi, sessioni di medio o di lungo…). Lui in qualche modo ha interiorizzato questo ritmo e sa distinguere tra i periodi “easy” (quando non ci stiamo allenando per nulla di specifico), in cui quando corriamo spesso si ferma per marcare il territorio e se la prende più comoda, e i periodi di allenamento vero.
In quest’ultima situazione mi spinge ad accelerare se la mia sessione è troppo lenta, mi sveglia la mattina se magari tardo ad alzarmi, mi guarda perplesso se non do il meglio di me. Qui se la gioca tra il coach sportivo e quello mentale, ma le due figure sono spesso intrecciate anche nella realtà.

Si pensi a Gallwey e al suo lavoro con i tennisti[3].
La sua presenza discreta ma ferma è un continuo ricordarmi: ci siamo dati un obiettivo, perseguiamolo! Il che è molto utile, ad esempio, in quelle mattine di gennaio quando non vorresti alzarti dal letto per uscire al buio e al freddo e andare a correre. Un Pastore Svizzero di 40 Kg che ti salta sopra il letto e ti prende a zampate è un’ottima ragione per vincere la pigrizia e alzarsi dal letto.

Che dire poi della sua capacità di ascolto?

Quanto vorrei essere capace della sua attenzione e concentrazione totale quando la sera, dopo cena, mi fissa per cogliere le paroline magiche: “Max, andiamo a fare un giretto?”. Ecco, il suo sguardo è così totalmente focalizzato su di me che spesso penso: “Se fossi capace anche solo della metà della sua concentrazione durante una sessione di coaching, quante sfumature, quanti dettagli, quante emozioni saprei cogliere che normalmente mi sfuggono?”

Ultima caratteristica di Max, e anche questa è una “competenza core”[4] di ICF, è la sua capacità di coltivare un clima di fiducia e sicurezza.
Per lui è una caratteristica innata: è un pastore, custodire il branco o il gregge è una priorità imprescindibile. Max, ad esempio, fa quindi di tutto per tenere il branco unito. Se andiamo in montagna e il gruppo dopo un po’ si sfilaccia, Max fa la spola tra il primo e l’ultimo, cercando di rallentare chi è in testa e spronando chi è in coda. Se ci sono dei passaggi difficili, vuole essere il primo ad affrontarli. Se c’è un pericolo, ci mette in guardia. Insomma, un po’ anche per il suo “physique du rôle”, ma con Max ti senti al sicuro, anche quando la situazione è difficile. Questo dovrebbe caratterizzare anche sessioni di coaching: un momento in cui ci si sente al sicuro, si sente di potersi fidare al 100%, ma al contempo si affrontano sfide impegnative.

Se dovessi riassumere in una parola il mio rapporto con Max, direi che mi ha aiutato a crescere e a diventare più consapevole.

E non è questo uno degli obiettivi più importanti del coaching?