- Maggio 3, 2026
“Agile Inspired Digital Evolution Coaching” (A.I.D.E.): un altro slogan criptico, qualcuno potrebbe pensare.
Per me, invece, rappresenta la sintesi della mia storia, della mia filosofia e della mia visione del coaching e dei rapporti tra le persone e delle persone con le organizzazioni. Ma facciamo qualche passo indietro!
Innanzitutto, premetto che quando parlo di “Agile” (anzi del movimento Lean-Agile, perché come vedremo i due sono strettamente legati) non intendo i vari framework o le varie metodologie che sono nate negli anni per mettere in pratica i principi dell’Agile. In alcuni di questi framework mi sono anche certificato, sono interessanti e a volte complicati, ma sono dei tecnicismi. E come tutti i tecnicismi, a volte funzionano bene e a volte meno bene. Io mi riferisco invece proprio ai principi base del movimento Agile perché, come ha ripetuto più volte uno dei fondatori del movimento, Jim Highsmith, “Agility is principally about mindset, not practices”[1].
Se dovessi riassumere i principi fondamentali del movimento Lean-Agile, che per me sono stati e sono un faro (in alcuni casi anche prima di incontrare l’Agile), li sintetizzerei così:
- “Servant leadership”, come dicono gli americani. Si potrebbe tradurre con: “Leadership al servizio del team”. Non credo in una leadership che in modo gerarchico indirizzi e controlli le attività delle persone, ma in una leadership che sappia creare le condizioni perché le persone e i team fioriscano, rimuovere gli ostacoli, indicare una visione (perché a questo il Leader non si deve sottrarre) ma costruendo insieme il percorso. Il leader deve coltivare un ambiente di fiducia e sicurezza in cui le persone e i team possano esprimersi al meglio.
- Il valore per il cliente viene prima dell’aderenza ad un piano. Questo ha tante implicazioni… tra cui quella che i piani devono adattarsi alla realtà e non la realtà ai piani. Non che i piani non siano importanti: come ingegnere, sono un pianificatore nato. Ma l’obiettivo deve essere chiaro: non è seguire il piano, ma cercare il valore. Per le persone, per i team, per le organizzazioni. Il tema del valore nasce nel movimento Lean e pervade tutta la cultura Agile.
- Motivazione intrinseca: nell’agile, il tema della motivazione intrinseca di tutti gli elementi del team è fondamentale. Se volete saperne di più sulle tre leve motivazionali (Mastery, Autonomy, Purpose), suggerisco questo splendido libro di D. Pink

- Feedback continuo: anche questo uno dei capisaldi del Lean e dell’Agile. E’ l’ossessione costante a raccogliere i feedback degli utenti, dell’ambiente, dei colleghi e di inglobarli sistematicamente nel percorso di cambiamento o di costruzione di un prodotto. Chi incarna questi principi pone continue domande alla realtà e usa le risposte per adattarsi ad essa e farla evolvere. È un ascolto attivo e continuo del contesto in cui operiamo, che permette di cogliere anche le sfumature più lievi e di rispondere ad esse in modo coerente.
- La collaborazione è più importante della gerarchia: invece di catene di comando rigide, team integrati sia al loro interno che con altri team. E non c’è gerarchia che tenga nel perseguire il valore: l’esempio emblematico è l’Andon cord[2], quella corda presente negli stabilimenti Toyota dove anche l’ultimo degli operai poteva bloccare un intero impianto di produzione, se ravvisava un problema di qualità. I “self-organizing teams” sono una delle manifestazioni di questo principio.
- Creazione di una cultura di apprendimento continuo. Questo è uno dei mantra del Lean e uno dei principi dietro l’ossessione per i feedback del movimento Agile. Ho sempre creduto che quando smettiamo di imparare smettiamo di vivere. La curiosità, la voglia di esplorare e di apprendere sono capisaldi della cultura Lean-Agile in cui mi ritrovo al 110%.
Un altro libro interessante per capire come l’Agile possa plasmare le organizzazioni è questo.

Se confrontiamo quanto sopra con le “core competencies” di ICF, troviamo dei punti di contatto importanti. In particolare (ma non solo):
COMPETENZA 2 (COACHING MINDSET): Sviluppa e mantiene una mentalità aperta, curiosa, flessibile e centrata sul cliente, impegnandosi nell’apprendimento continuo.
COMPETENZA 3 (FIDUCIA E SICUREZZA) : Coltiva la fiducia e la sicurezza: Crea uno spazio sicuro e di supporto che permette al cliente di esprimersi liberamente e senza timori
COMPETENZA 6 (ASCOLTO): Considera il contesto, l’identità, l’ambiente, le esperienze, i valori e le credenze del cliente per migliorare la comprensione di ciò che il cliente sta comunicando
COMPETENZA 8 (CRESCITA): Facilita la crescita del cliente: Collabora con il cliente per trasformare intuizioni e consapevolezze in azioni concrete, sostenibili e responsabili.
Che ci siano dei punti di contatto significativi è innegabile e anche facilmente spiegabile. Nella filosofia, da sempre, sono presenti due correnti di pensiero e due visioni del mondo: quella che viene chiamata “ottimismo antropologico” (per citare alcuni autori: Rousseau, Kant, l’illuminismo in generale) e quella definita “pessimismo antropologico” (Nietzsche, Schopenhauer, Hobbes, Freud…). Ecco, sia il movimento Lean-Agile che il coaching si collocano decisamente nel campo dell’ottimismo antropologico. È la differenza tra un “fixed mindset” e un “growth mindset”[3]. Non è un caso che l’immagine che introduce questo post, e che è presa da un sito che parla di Agile (e di Lean-Agile mindset), potrebbe essere utilizzata su qualunque sito di coaching. Per usare un’espressione di un framework che amo molto (e che è compatibile con ICF), quello del Co-Active coaching, l’uomo è “naturally creative, resourceful, and whole”[4]. Se volete approfondire il mondo del co-active coaching, con la sua metafora della danza, le sue pagine illuminanti sul ruolo fondamentale dell’intuizione del coach, della curiosità e sul suo focus (è il centro del modello) sul “fullfillment, balance and process” per il cliente, vi consiglio questo testo.

Una curiosità: come si sono intrecciati il movimento Lean (nato in Giappone negli anni del dopoguerra) e quello Agile (che nasce nel 2001 in un resort sulle montagne dello Utah)? All’intersezione dei due movimenti ci sono due coniugi, Mary and Tom Poppendieck. Mary lavorava in una fabbrica che applicava i principi Lean, suo marito Tom era uno sviluppatore… ed entrambi sono stati attivi nel movimento Agile, aiutando a plasmarne alcuni principi ed ha cambiato il mondo digitale e non solo[1]. Un bell’esempio di fecondità di coppia (o di valore della diversità).
Credo che ora sia più chiaro perché ho inserito il termine “Agile Inspired” in A.I.D.E. Ci tengo a sottolineare, per evitare fraintendimenti, che io sono comunque un coach che segue il metodo ICF, non un Agile Coach[2] (che è tutt’altra cosa).
Restano ormai da spiegare brevemente solo le ultime due lettere di A.I.D.E., ossia Digital Evolution. La mia biografia professionale è completamente inserita nell’evoluzione digitale degli ultimi 30 anni. Questo è il mio background e questa la mia esperienza. Per questo, come coach, mi metto a disposizione in particolare delle persone e delle organizzazioni che con l’evoluzione digitale (sia tradizionale si guidata dall’Intelligenza Artificiale) hanno a che fare quotidianamente. Non come mentore, anche qui tutt’altra figura, ma come coach. Insomma, non vi aspettate da me consigli su come completare un progetto di digital transformation o come creare un modello di IT Governance. Potrei farlo, ma non è il ruolo del coach (anche se il metodo G.and.A.L.F[3] potrebbe darvi qualche spunto).
Tuttavia, credo fermamente, e qui mi aggancio al citato Co-active coaching, che la conoscenza del contesto (se ben governata, evitando confusione con il mentoring) sia feconda nel generare intuizioni che utilizzo nel coaching. Inoltre, la lunga frequentazione con il mondo digitale mi permette di cogliere sfumature di colore indistinguibili al profano, di fare le domande giuste per facilitare non solo il raggiungimento di un obiettivo, ma la crescita del cliente come persona intera. E a volte, sempre chiedendo il permesso, qualche intuizione o esperienza la condivido. Magari a fine sessione, così da non influire sul flusso di pensiero del cliente. E mi pare sia cosa gradita.
Per finire concludo dicendo che ho erogato sessioni di coaching anche a persone che con il digitale non c’entravano quasi nulla (nulla è impossibile!) ed è stata una bellissima esperienza. Forse la lunga frequentazione con un mondo così entropico come quello dell’evoluzione digitale mi fornisce qualche attrezzo applicabile più in generale? Non so, ma se volete mettetemi alla prova!”
[1] “L’agilità è principalmente un mindset, non un insieme di pratiche”
[2] https://en.wikipedia.org/wiki/Andon_(manufacturing
[3] https://framework.scaledagile.com/lean-agile-mindset
[4] “Naturalmente creativo, pieno di risorse e “intero” (per maggiori info sul Co-active coaching: https://coactive.com/what-is-co-active/)
[5] https://martinfowler.com/bliki/AgileVersusLean.html
[6] Agile and ICF Coaching – A Perfect Marriage? | Coach Advancement by Tracy Sinclair
[7] https://www.yottabronto.net/e-se-provassimo-a-cambiare-approccio-nella-governance-della-trasformazione-digitale-il-metodo-g-and-a-l-f/
